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Musica e Istituzioni:

NON E' MAI TROPPO TARDI

"Mio Dio, se proprio devi farmi rinascere italiano, almeno non farmi rinascere musicista!"; così verrebbe da esclamare, parafrasando una battuta di Michele Serra forse ancora d'attualità. Sì, perché essere italiano costituisce già un grosso handicap per chi è (o piuttosto vorrebbe essere) attivo in campo culturale, figuriamoci poi se ha la sventura di operare in un campo, come quello musicale, dove si è effettuata forse la più grande operazione di rimozione collettiva della memoria storica. Quel che è stato proposto della musica negli ultimi decenni in Italia, per il grande pubblico che a noi, come a tutti, sta certamente a cuore, è un'immagine del musicista e della musica stantìa ed obsoleta da una parte e calcistico-agonistica dall'altra, perpetrata attraverso una riproposizione coattiva ed ecolalica di un melodramma sempre più otorinolaringoiatricamente vissuto; tutto ciò a fronte dell'immenso patrimonio musicale e specificamente strumentale italiano, che ha radici ben più profonde del fenomeno mediatico- operistico risorgimentale.

Molte sono le critiche che sono state mosse ai Conservatori, ma poco è stato fatto per valorizzarne, per porre in luce, il lento e paziente lavoro, quello di chi ha educato a comprendere ed eseguire brani di un repertorio sempre più ignorato da un pubblico disorientato e distratto dai media; pochissimo ancora per la diffusione dello studio sovvenzionato della musica prima e al di fuori del Conservatorio, vale a dire per quella che si potrebbe definire una "alfabetizzazione" musicale che rievochi i tempi del maestro Manzi. Se provassimo a confrontare il numero degli italiani che sanno leggere la musica e "sonar d'istromento", con quello corrispondente dei francesi, dei tedeschi, belgi, olandesi e inglesi, ci sarebbe di che far rivoltare nella tomba il povero Guido d'Arezzo, che quasi un millennio fa, dalla sua abbazia di Pomposa, ha regalato rigo e note al mondo intero. Ricordo che alcuni anni or sono, per caso, ebbi occasione di ascoltare un'interessante dichiarazione da parte di un noto politico italiano, il cui nome evoca quello di un antico compositore bizantino di Contaci , nella quale egli suggeriva, a chi gli chiedeva come risolvere il problema dell'occupazione, la seguente analogia (cito a memoria): "se trent'anni fa per produrre un'automobile occorrevano mille ore di lavoro, oggi ne bastano cento, mentre per eseguire un quartetto di Mozart, oggi come due secoli fa, ne occorrono sempre mille", e quindi si soffermava sulla necessità di incrementare la qualità, non tanto la quantità del prodotto, con il conseguente invito a promuovere, mi pare di ricordare, la ricerca e lo studio. Rimasi sorpreso non tanto dalla evidente pertinenza, quanto dalla competenza mostrata nell'esempio addotto; ancora oggi c'è invece chi vorrebbe quantificare in un paio d'ore il lavoro di preparazione di un concerto... Se il nostro novello "Melode" ha ancora memoria di ciò che certamente rivela un interesse, lo inviterei a venirci a trovare nel Conservatorio della sua città, dove si formò il giovane Gioachino Rossini, per ascoltare il frutto di mille e mille ore di lavoro musicale...

Giuseppe Ficara

(Pubblicato nel maggio 1998 su «San Donato news»)